Thunder only happens when it’s raining

Alcuni genitori hanno la fortuna di avere dei bimbi gastronomicamente facili, a cui piace tutto-tutto e si mangerebbero pure i sassi. Ecco, io ero l’esatto opposto: una grandissima cagacazzi. Schizzinosa fino all’inverosimile, a tutt’oggi non so mia madre come abbia fatto a sopportarmi/alimentarmi durante tutti quegli anni. La compatisco moltissimo e rabbrividisco ogni volta che ripenso a quella che è stata la sua Minaccia D’oro per un sacco di anni: TI AUGURO UN GIORNO DI AVERE DEI FIGLI COME TE. Piuttosto mi faccio legare le tube.

Perché vi sto raccontando questo? Perché per fortuna non sono più la bambina schizzinosa che ero a 6 anni (e a 16…) e la mia alimentazione, da quando vivo sola, ha subíto drastici cambiamenti altalenando da un estremo all’altro. Avevo scritto un lunghissimo post sulla cronaca dei miei cambi dietetici; poi l’ho riletto e ho realizzato che probabilmente non ve ne frega una beata mazza degli sviluppi del mio intestino e l’ho cancellato. Lo so, non ringraziate.

Preferisco quindi riassumere i miei cambi alimentari in 4 comode fasi:

1. LA FASE ERASMUS (prima volta fuori di casa, vivo nel nord-ovest della Spagna, capacità culinarie zero, sopravvivenza basata su tapas, alcol e kebab)

2. LA PRESA DI COSCIENZA (torno in Italia, sono ingrassata di 10kg, vado a vivere con amici e comincio a darmi una regolata. Capacità culinarie 3.5, sopravvivenza basata su aperitivi e riso al curry con le zucchine che diventa il mio piatto-stella)

3. LA FASE VEG (fine 2012, divento vegetariana ed elimino anche uova e latte. Mi si apre un mondo di possibilità, leggo di tutto sulla cucina e divento fan sfegatata di Masterchef e blog di ricette vegane. Capacità culinarie 6, sopravvivenza basata su verdure in tutte le salse)

4. LA FASE IBERICA (sett. 2013, mi ri-trasferisco in Spagna, stavolta al sud. Il prosciutto impera e domina su tutti i piatti, i ristoranti vegetariani sono scarsissimi, ogni volta che esco a bere mi portano tapas di carne/jamon/pesce. Capacità culinarie limitate dalla mancanza di mixer e forno, forza di volontà al minimo).

La voglia di cucinare è per me un sentimento del tutto nuovo, dato che per un buon 80% del tempo l’idea di entrare in cucina ha sempre sortito in me lo stesso effetto di quando devo andare dal dentista. Non ho mai avuto interesse per la cucina né un grande amore per il cibo in generale, ed ecco perché questa scoperta tardiva mi rende felice e anche un po’ confusa. Cucino – nel vero senso della parola – solo da 3 anni e ci sono ancora moltissime cose che devo imparare. Per dire, oggi per la primissima volta ho comprato/pelato/lavato/usato lo zenzero. Manco sapevo che aspetto avesse! L’essere diventata vegetariana e il dover trovare nuovi modi di imbastire i miei pranzi mi ha donato quella curiosità che in cucina mi mancava del tutto. Mi sento come una bimba, è tutto sempre una scoperta, passo ore a leggere ricette e cercare modi alternativi di fare cose ed altrettante ore a preparare e cucinare. A volte viene fuori una schifezza mostruosa, ma è normale credo.

Ora mi trovo in un’altra fase di consapevolezza, sapendo di aver sgarrato durante più di metà anno e attenta ad ogni reazione del mio corpo. Infatti, uno dei cambiamenti più grossi è stato il cominciare a dare spazio alle sensazioni del mio corpo e ascoltare i segnali che mi manda, una cosa che fino a poco tempo fa non ho mai fatto. Sembra stupido, perché il corpo è – in principio – una macchina perfetta capace di autoregolarsi ed aggiustarsi, un miracolo della scienza. I problemi sorgono quando le pseudo leggi imposte da medici e società cominciano a dirti quello che va bene e quello che va male, spesso andando completamente contro tutto ciò di cui ha realmente bisogno il tuo corpo. È come quando stai male, no? Hai l’influenza del secolo, sei sotto un treno, hai la febbre. Se sono a casa dei miei, non posso autogestirmi. Mio padre comincia a rifilarmi antipiretici, antinfluenzali e antinfiammatori, e non contento di avermi ficcato in bocca un’intera farmacia, comincia col ritornello “DEVI MANGIARE”. Ma non ne ho voglia. Non me la sento. Non me ne frega niente se non mangio da 12 ore, non ho fame. DEVI MANGIARE, e vai di minestra, di riso in bianco, di fetta di pane. Tutto sbagliatissimo. Il medico al telefono conferma perentorio che “bisogna sforzarsi” anche perché “senza mangiare non si prende l’antibiotico”. Antibiotico per cosa!?

Vivendo da sola, ho imparato finalmente a dare al mio corpo quello che mi chiede. Se sto male e non ho fame, non mangio. È semplice. Lui SA quello che deve fare. C’è infatti una ragione se quando stiamo male ci passa l’appetito: è perché la digestione richiede sempre molte energie, energie che il corpo preferisce spendere in cose più importanti. Stando a digiuno le stesse energie vengono utilizzate per la depurazione del corpo: le tossine vengono espulse, gli organi rigenerati; il corpo si libera di ciò che lo appesantisce, aggiusta ciò che è rotto, fa un repulisti generale. È una enorme formattazione umana.

Il Churri ha definito questa la mia fase hippy – new age. Poraccio, ogni volta che vado a fare la spesa ormai non sa cosa aspettarsi.

Tutto questo per dire che ultimamente sono rientrata sui binari, ne sono felice e ricominciano gli esperimenti culinari a tutto spiano e se alcuni mi riusciranno bene, fioccheranno le ricette. Mi sento leggera e sì, probabilmente molto gipsy. Passo mezz’ore a guardare la luna, la domenica vado a lezione di yoga e i Fleetwood Mac sono l’unico gruppo che ho voglia di ascoltare.

 

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